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Il mensile on -line

Data 26/04/2007
 

Dalla carta allo schermo: la ri-mediazione dello spazio dello scrivere

di Mariacristina Giovannini

La scrittura antica e quella moderna sono entrambe tecnologie, ovvero sistemi di collocazione di idee verbali in uno spazio visivo. Nessuna tecnologia, neppure il computer, nella sua apparente autosufficienza, può fungere da spazio di scrittura in mancanza di un autore e di un lettore.

Le tecnologie dello scrivere, infatti, non sono fattori esterni imposti alla mente di chi le utilizza, sono sempre naturali o naturalizzate, nella misura in cui derivano dall’interazione di prassi umane.

La scrittura elettronica è virtuale, ma virtuali sono anche le tecnologie di scrittura antecedenti che, allo stesso modo, invitano l’autore e il lettore a collocarsi in uno spazio astratto di segni.

Le tecniche di scrittura non agiscono sulla cultura come forze esterne, ma influenzano gli equilibri socio-culturali e ne subiscono, circolarmente, l’influsso.

Dimensione tecnica e culturale dello scrivere sono, dunque, inscindibili.

E dalla loro unione origina la scrittura come tecnologia.

Una nuova tecnologia può affiancarsi alla precedente o spodestarla.

 Ceci tuera cela”, lamentava l’ecclesiastico Frollo in Notre Dame de Paris, paragonando un libro alla cattedrale. Ad indicare che il pensiero umano si sarebbe espresso in forme diverse, che il libro di carta avrebbe ucciso quello di pietra. 

Certo è che l’innovazione tecnologica porta sempre ad una fase di antagonismo culturale e ad una ri-mediazione dello spazio dello scrivere.

Oggi, viviamo nell’era della tarda maturità della stampa e l’informazione cartacea, sebbene indispensabile, non ci appare più tale.

L’espressione tarda maturità della stampa richiama l’espressione neomarxista tardo capitalismo. Come il tardo capitalismo è un capitalismo ancora in salute, così nella sua tarda maturità, la stampa gode ancora di prestigio e diffusione.

Ma allora, qual è la natura della sfida del medium digitale alla stampa?

Potenzialmente è una sfida alla scrittura alfabetica tout court, perché privilegia la grafica rispetto al testo.

Negli anni ‘80 il PC era un world processor, oggi è un image processor.

Molte questioni culturali sono legate al cambiamento di status della parola. C’è chi sostiene che il libro non sarà mai sostituito dal computer per pregi concreti, ma la facilità d’uso è solo un aspetto della bontà di una tecnologia di scrittura.

Un testo a stampa appare inalterabile e permanente. Un testo digitale, invece, è mutevole e temporaneo, è una rete di elementi verbali (autore) e un tessuto di letture possibili (lettore).

Il lettore è chiamato a prendere parte al processo dinamico dello scrivere, a sovrapporre la sua voce, alla voce del testo.

Per secoli abbiamo associato alla stampa un idea di stabilità. La scrittura elettronica, invece, è instabile e democratica perché permette la diffusione dei testi senza l’intervento di una autorità, di un gatekeeper. E senza gabbie culturali.

Internet è la versione tecnologica e visionaria della Biblioteca di Babele di cui parla Jorge Luis Borges.

Tuttavia, le gerarchie basate su genere, razza, status economico, tendono a restare forti nella nostra cultura.

In questo la tarda maturità della stampa è analoga al tardo capitalismo.

Il capitalismo globale fiorisce proprio ora che i teorici lo condannano all’obsolescenza. Lo stesso si può dire per la stampa.

Ciò che conta, però, è che l’ideale di perfezione comunicativa associato alla stampa sia stato finalmente messo in discussione.

   
 
   
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