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Il mensile on -line

Data 31/03/2007
 

Il colore della libertà - Goodbye Bafana

di Francesca Fiori

Nessuno nasce con l’odio innato nei confronti di una razza, di una religione o di un ambiente diverso. La gente impara a odiare, ma se può imparare l’odio, può apprendere anche l’amore, poiché questo è un sentimento assai più naturale del suo opposto.

(Nelson Mandela, Long Walk to freedom)

È uscito il 30 marzo in Italia il nuovo film del regista danese Bille August, Il colore della libertà, storia del rapporto profondo che si instaura  tra Nelson Mandela e il suo carceriere, interpretati rispettivamente da Dennis Haysbert (il presidente Palmer della serie televisiva 24 ) e Joseph Fiennes (noto al grande pubblico per il successo di Shakespeare in love).

Il film parte dal 1968, anno in cui James Gregory, il secondino, arriva a Robben Island incaricato di spiare Mandela e i suoi compagni in quanto conoscitore della lingua Xhosa, idioma parlato dai sudafricani neri. Il piano però prenderà una piega del tutto diversa; Mandela infatti riuscirà, nel tempo, ad avere un’influenza tale su Gregory da indurlo a rivedere le sue posizioni razziste, arrivando persino a farlo lottare per un Sudafrica libero. Il pubblico assiste così alla presa di coscienza del carceriere della disumanità dell’uomo nei confronti dei suoi simili, e alla nascita di una delle figure politiche più forti e toccanti del mondo moderno, Nelson Mandela.

Durante la conferenza stampa tenutasi a Roma per il lancio del film, il regista Billie August e il protagonista Joseph Fiennes hanno sottolineato come l’esperienza di questo film sia stata importante e significativa per loro. Nei suoi ricordi di bambino Fiennes rivede se stesso firmare petizioni per la libertà di Mandela, informarsi sulla sua figura con i genitori e con il tempo comprendere appieno l’importanza di quest’uomo. Ritiene quindi un grande onore poter girare un film su di lui, nonché l’aver potuto trascorre del tempo in Sudafrica a contatto con una troupe composta da bianchi, neri e afrikaneer (membri della popolazione dell'Africa meridionale -soprattutto Sudafrica e Namibia- di pelle bianca).

Pur non avendo mai incontrato Mandela di persona, August sente di aver appreso molto su di lui nei sei mesi di lavorazione sul set, visitando i luoghi in cui il leader sudafricano ha vissuto e dove ha trascorso i suoi anni di prigionia. La scelta del regista è stata quella di incentrare l’azione sul carcere, tralasciando l’ambiente esterno, per sottolineare il punto focale del film, ossia il cambiamento intimo del secondino dopo aver conosciuto Mandela.

Il regista ha inoltre parlato della sua esperienza di europeo a Hollywood, dei grandi mezzi che un’industria del cinema come quella americana mette a disposizione, e di come sia però difficile mantenere una propria integrità in queste circostanze. Fare un film come Il colore della libertà, una coproduzione Germania, Belgio, Francia, Italia e Sudafrica, ha significato un ritorno alle origini per August; ancora più significativo per lui perché si tratta di un film con un messaggio di fondo, che vuole alimentare la presa di coscienza dell’Occidente bianco su i problemi affrontati,e ancora in parte da affrontare, dal Sudafrica e in generale, da tutto il continente africano.

 

 

   
 
   
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